W. M. Hunt

Forza lavoro

Bill Hunt è uno dei migliori collezionisti di fotografie odierni. Per la prima volta espone questo capolavoro sui gruppi industriali americani.
Le fotografie sono spettacolari per via delle loro dimensioni, della moltitudine dei personaggi ritratti e della grandiosa messinscena dell’ostentazione del potere.
Tale pratica è piuttosto diffusa negli Stati Uniti. È difficile immaginare lo sforzo in termini di produzione cinematografica occorso per realizzare ognuna di queste immagini gigantesche.

Minatori delle Milford Mines, Crosby, Minneapolis
siglata "Palmquist for Nelson Sisters"
Stampa alla gelatina d'argento

Operatrici 1-19 di Bell Telephone alla Fiera Universale di New York, 1939 siglata «Press Dept. 140 West St.- New York City»
Studio o fotografo sconosciuto Stampa alla gelatina d'argento

The Wells View Co, OH The McCraw Tire & Rubber Co. East Palestine, Ohio, USA  ©"G.O. McGranahan, Youngstown, Ohio, 1914"

Moorfield Cirkut Inc.,  In 5ª Biennale 28° Convegno di United Mine Workers of America Indianapolis, Indiana,
USA 20 settembre 1921

Morechroe Studio, OH Personale degli uffici e della fabbrica Fisher Body Ohio Co'y Cleveland, Ohio,
USA 21 settembre 1926

— “Heigh-ho, heigh-ho / It’s off to work we go / We keep on singing all day long / Heigh-ho, heigh-ho, heigh-ho / Got to make your troubles go / Well, you keep on singing all day long / Heigh-ho, heigh-ho, heigh-ho …”1

Questi versi vi faranno sicuramente venire in mente i sette nani che arrancano spensierati sul sentiero che porta alla miniera nel cartone animato originale della Disney, ma forse non conoscete la cover molto più cupa e intellettualmente stimolante che ne ha tratto il cantante Tom Waits. La sua versione di Heigh Ho si apre con il clangore delle catene, lo sferragliamento e il cigolio dei macchinari. Ecco l’angoscia e l’oppressione del lavoro. Estenuante, opprimente, odioso… il lavoro come “travaglio”. Sul versante opposto, Benjamin Franklin postula che “l’uomo che lavora è l’uomo felice. È l’uomo indolente a essere infelice”. Ed ecco il lato corroborante, nobilitante, desiderabile… il lavoro come occupazione.
Personalmente ho provato entrambe le cose e sono propenso a dare ragione al signor Franklin. Ma forse si avvicina più al vero Joseph Conrad, quando in Cuore di tenebra, scrive “Non mi piace iI lavoro – a nessuno piace – mi piace però ciò che c’è nel lavoro – la possibilità di trovare te stesso. La tua realtà – per te, non per gli altri – qualcosa che nessun altro uomo potrà mai conoscere. Gli altri non potranno che assistere allo spettacolo, senza conoscerne il vero significato”.
Ed eccoci proiettati in una dimensione più esistenziale nel lavoro, al lavoro…
Queste foto rappresentano una piccola selezione di fotografie americane di gruppi di lavoratori. In linea di massima, sono state scattate prima del 1950.
La quintessenza della nozione di “forza lavoro”, in apparenza, è tutta americana. C’è Henry Ford e la catena di montaggio del suo “Model T” negli anni Venti, ma in effetti, a inventare la catena di montaggio è stato un altro americano, Eli Whitney, il quale, sul finire del Settecento, aveva brevettato anche un tipo di sgranatrice di cotone. Ma l’espressione forza lavoro evoca anche il grande movimento operaio negli Stati Uniti.
Nelle immagini esposte qui, il concetto di “forza lavoro” è declinato in diverse carature: si va dai pompieri agli operatori telefonici.
Non si può dire che fotografie di questo tipo abbiano destato grande attenzione nelle storie della fotografia. Una motivazione plausibile, in parte, risiede nel numéro limitato di fotografie come queste, a fronte di un numero di paesaggi e ritratti praticamente infinito. Sono immagini difficili da realizzare. Prima di tutto, bisogna riunire molta gente nello stesso luogo, poi ottenere la collaborazione di tutti mentre il fotografo cerca di fare la foto. Non è facile includere tutti nell’inquadratura, nello stesso momento ognuno con il viso rivolto verso l’obiettivo, sorridendo. Nella maggior parte dei casi, queste opere non sono che rare curiosità, arrotolate e accantonate in un armadio, oppure condannate a restare appese al muro del solaio o della cantina e a sbiadire lentamente, ingiallire e prendere polvere dietro una cornice.
È un peccato, perché possiedono bellezza e storia. C’è una certa nobiltà nel lavoro, e questi gruppi di uomini e di donne ne sono l’emblema. È più facile imbattersi in fotografie di formazioni militari, piuttosto che in adunate di civili. Si tratta di documenti storici non privi di fascino estetico; sono come il jazz: complesso, strutturato, stratificato, ripetitivo e familiare, parte del vernacolo. Possono essere armoniose; possono essere chiassose. Non si comportano come le altre fotografie a cui siamo abituati – ritratti di famiglia, paesaggi, o nature morte.
Possono anche essere divinamente divertenti. Chi sono queste persone, e cosa stanno facendo? Il più delle volte questa informazione – come l’identità del fotografo – è destinata a restare avvolta nel mistero.
Anche solo osservarle richiede un certo lavoro. L’occhio le sonda in ogni direzione: in lungo e in largo, dall’alto al basso, zooma in avanti e all’indietro (tutti quei minuscoli volti… che lavoraccio!).
C’è una sorprendente carica di energia nella folla caotica dei lavoratori di Fisher Body in pausa (studio Morechroe 1926). L’immagine esprime una sorta di eccitazione serpeggiante, concitata. Il lavoro come metafora di una forza primigenia. Un convincente spaccato della vita in America al volgere del primo quarto dell’era moderna. E quale goffa, frivola nobiltà traspare da questi pompieri veterani di fine Ottocento (studio Anderson) riuniti in una grande piazza che, nel downtown dell’epoca, era la Lower Broadway. Comunica una certa solennità, è una bella immagine, pur sembrando un acquerello che raffigura uno schieramento di soldatini giocattolo europei.
C’è qualcosa di surreale nelle operatrici telefoniche contrassegnate da numeri (#1-19) della Bell Telephone alla Fiera Universale del 1938 in quest’altra immagine di un fotogiornalista anonimo. La foto di gruppo “Workers with anvils” (Operai con incudini), probabilmente scattata una cinquantina di anni prima, ha un impatto visivo tanto convincente quanto sconcertante. Queste fotografie trascendono il mero documento storico: le stampe finiscono per sembrare ibridi fantasiosi, assurdi, una via di mezzo tra rotoli cinesi e ingombranti spartiti musicali di musica contemporanea con le note nere, semiminime, e le note bianche, minime, e le pause che danzano lungo la linea dell’orizzonte.
Lavoro, lavoro, lavoro.

1. Heigh Ho, Frank Churchill (musica) e Larry Morey (parole), per Biancaneve e i sette nani, Walt Disney, 1937.

W. M. Hunt

Fotografie
© Collection Blind Pirate, NYC