I mondi dell'industria

Dalla collezione di fotografia dell’industria del MAST

In alcune circostanze si allude all’industria come alla zona d’ombra della società. Questo dato di fatto trova conferma nella controversa relazione con le immagini del mondo dell’industria. Per decenni le foto delle fabbriche sono state trattate con totale indifferenza e non di rado venivano gettate via quando un’impresa trasferiva la sua sede. È solo di recente che abbiamo cominciato a rivalutarle e recuperarle, rendendoci così conto di aver rimosso le testimonianze di quasi una metà del mondo, della storia, dell’universo della produzione industriale: un mondo che fornisce una chiave di lettura preziosa della nostra vita, del nostro pensiero e delle nostre attività.
Con questa mostra e le opere di 48 fotografi, MAST inizia la scrittura di una storia dell’industria e apre un dibattito sull’industria stessa a partire dal proprio patrimonio fotografico. (Curatore Urs Stahel).

Lewis Wickes Hine, Lavoratrice in una fabbrica di cotone, Macon, Georgia, USA, 1909

Henrik Spohler, Dal libro Global Soul, 2008

Joachim Brohm, Da Areal – 98 15-7a, 1992-2002

Guido Guidi, Elblag, Polonia, 1994

I mondi dell’industria di Urs Stahel

Viviamo nel mondo occidentale, in quella che viene comunemente definita era post-industriale. Molte fabbriche sono state chiuse e i processi produttivi delocalizzati. L’Europa sta cambiando volto, trasformandosi in un grande continente erogatore di servizi.
Il concetto di post-industriale ha tuttavia valore solo se riferito al fatto che, pur avendo trasferito numerose imprese in Asia e delocalizzato i processi produttivi, continuiamo a trarre profitto dai risultati economici ottenuti. Meno calzante risulta invece se consideriamo che i punti cardine rimangono ancora quelli di un’economia di tipo industriale: ideazione, investimento, produzione.
In passato la società ha sovente vissuto con un certo disagio il suo rapporto con l’industria. Era chiaro in origine, e lo è tuttora, che l’industria risponda a un nostro bisogno, rappresenti un enorme beneficio, crei prosperità e ci renda la vita più facile. Ma in quali termini ne parliamo?
È evidente per tutti come il piacere per le cose belle sia fortemente radicato nella nostra società. Parliamo della bellezza del paesaggio, di belle arti, di moda, di bella gente, di belle auto. Al contrario si parla meno volentieri quando ci si riferisce ai processi di produzione. È come se un’immagine ricorrente, evocata dall’industria pesante di un tempo, incombesse ancora oggi sull’intera branca della produzione industriale. Così, se da un lato discutiamo di buon grado di risultati straordinari e prodotti eccezionali, dall’altro si tende a sorvolare sulle difficoltà a cui la produzione e i produttori vanno incontro.
E in alcune circostanze si allude all’industria come alla zona d’ombra della società.
Questo dato di fatto trova conferma nella controversa relazione con le immagini del mondo dell’industria. Per decenni le foto delle fabbriche sono state trattate con totale indifferenza e non di rado venivano gettate via quando un’impresa cambiava proprietà. È solo di recente che abbiamo cominciato a rivalutarle e recuperarle, rendendoci così conto di aver rimosso la testimonianza di quasi una metà del mondo, della storia, dell’universo della produzione industriale: un mondo che fornisce una chiave di lettura preziosa della nostra vita, del nostro pensiero e delle nostre attività.
La mostra nasce da una selezione delle opere della collezione di Fotografia Industriale della Fondazione MAST e si articola in cinque sezioni tematiche: il ritratto del lavoratore e l’immagine del paesaggio industriale sono presentati nel mutare con il corso del tempo, dall’inizio del XX secolo ai giorni nostri. Il teatro della produzione industriale è discusso attraverso coppie d’immagini contrapposte. “Un tempo e oggi”: la fabbrica nera, infuocata, straripante di operai del passato e i padiglioni bianchi, asettici, vuoti dei giorni nostri. E ancora, il contrasto tra i macchinari imponenti, visivamente leggibili degli inizi e i muti, enigmatici strumenti moderni. E a chiudere il percorso, ciò di cui qualunque processo di produzione industriale non può mai fare a meno: energia, trasporti e comunicazione.
Con questi cinque capitoli e le opere di 48 tra fotografi e fotografe, di cui questo catalogo, su 180 che fanno parte dell’esposizione, ne rappresenta 15, inizia la scrittura di una storia dell’industria e apre una discussione sull’industria stessa a partire dal proprio patrimonio fotografico.