Gabriele Basilico

I luoghi del lavoro

Ci manca Gabriele, scomparso all’inizio del 2013. Ci manca per farci credere che niente o nessuno è banale. Le sue immagini sublimavano l’ordinario, non necessariamente per renderlo più bello, ma certamente per cercare di capirlo.
La precisione dell’inquadratura, la giusta distanza sfidavano prospettive e simmetrie per regalare una sensazione di movimento al cemento, una dinamica all’immobilità.
Pensavamo di conoscere tutte le sue foto migliori. Ed ecco invece un lato del suo lavoro che non era ancora stato rivelato: le immagini realizzate per le aziende.

Ansaldo, Larderello 1986

Loro Piana, Quarona 1991

Cementificio Merone, Cassago 1996

Solvay, Rosignano 1995

Tioxide, Scarlino 1995

Nato nel 1944 a Milano.
Morto nel 2013.

I luoghi del lavoro di Roberta Valtorta

Per quarant’anni Gabriele Basilico ha analizzato il complesso organismo della città, grande invenzione umana che ha trasformato la natura in un tessuto continuo di manufatti, e tutte le profonde modificazioni che sono fittamente intervenute nel paesaggio contemporaneo facendo di esso un immenso scenario artificiale. Ha sempre letto l’uomo, l’essere tecnico che per suo stesso destino modifica il mondo intorno a sé, attraverso tutto ciò che egli ininterrottamente costruisce. Intima parte del territorio urbano, i luoghi del lavoro sono in questo senso esemplari: per Basilico essi sono il simbolo stesso dell’agire dell’uomo vissuto nell’era industriale. Non va dimenticato che il progetto con il quale, tra il 1978 e il 1980, egli sceglie il modo documentario come metodo di lavoro e il paesaggio urbano come tema definitivo della sua ricerca è Milano. Ritratti di fabbriche. Il corpo della fabbrica è contemporaneamente città e luogo della produzione, forte e significativa struttura architettonica ed espressione del fare umano. Quando osserva le forme dei luoghi del lavoro, Basilico vede degli organismi perfetti. Se la città è, per lui, un corpo dotato di pelle, nervi, vasi sanguigni, organi (così l’ha spesso descritta), anche quando fotografa le fabbriche, le macchine, i loro ingranaggi ben funzionanti, vede forme antropomorfe: grosse arterie e tendini che attraversano il paesaggio, ingranaggi che si rincorrono, braccia-tubi che entrano ed escono, si espandono, confluiscono e si allontanano. Tutto questo accade in uno spazio che Basilico misura e governa con la sapienza che conosciamo: è lo spazio dell’uomo che contiene le cose costruite dall’uomo. Basilico fotografa, come egli stesso ha detto, le cose minerali del mondo, non però quelle composte dai minerali presenti in natura, bensì quelle elaborate dalla storia degli uomini. Il suo sguardo non trasfigura le strutture né gli spazi: fedele al metodo documentario che sta alla base della sua visione, egli semplicemente le rende protagoniste, poiché ha piena consapevolezza di come esse siano parte costitutiva di una cultura che conosce e gli appartiene. E se nelle sue fotografie queste strutture e questi spazi talvolta appaiono maestosi, questo non si dà perché Basilico intenda fare di essi ciò che essi non sono, o più di quel che sono ma, al contrario, perché li offre al nostro sguardo nella loro evidente e importante identità, non solo come strutture produttive, ma anche come manufatti pienamente collocati nella storia. La fabbrica, il segno che essa lascia sul paesaggio, le macchine, con la loro estetica, sono un grande tema della fotografia moderna. Pensiamo ad Albert Renger Patzsch, Germaine Krull, François Kollar, Willy Zielke, o Charles Sheeler, allo stesso Paul Strand, al grande Walker Evans, a Ed Ruscha, e poi ancora a Lewis Baltz, con i suoi parchi industriali e ai Becher stessi, inventori di una visione che rende i manufatti industriali meravigliose “sculture anonime” sul territorio: tutti artisti che, parte dell’universo di Basilico, come lui hanno osservato come il mondo, nell’arco del Novecento, abbia assunto le stesse forme dell’industria, e massimamente nell’epoca contemporanea, quando la civiltà delle macchine è giunta alla sua piena maturità, per poi travasarsi nell’attuale complesso momento postmoderno.

Roberta Valtorta

Mostra a cura di
Giovanna Calvenzi, Gianni Nigro