David Goldblatt

In miniera

David Goldblatt è tra i maggiori fotografi contemporanei, sia per l’impegno sociale, sia per la qualità delle sue composizioni.
Queste foto, realizzate negli anni Sessanta, sono sbalorditive per la durezza e la varietà. Le miniere sono sempre state un’enorme sfida per il Sudafrica ed emblematiche della sua complessità: grande ricchezza nazionale ma, allo stesso tempo, anche testimonianza delle differenze sociali più evidenti.
Foto Industria presenta per la prima volta in Europa questa mostra concepita dalla Galleria Goodman di Johannesburg.

Lubrificatore, argano nord n. 2, Randfontein Estates, 1965.

Capo squadra e direttore della miniera su una macchina a pedali nella Rustenburg Platinum Mine, Rustenburg, 1971.

B. Falk, direttore della miniera, City Deep Gold Mine, Johannesburg, 1966

Impiegati dell'ufficio del personale e un minatore, City Deep Gold Mine, Johannesburg, 1966

 

Nato nel 1930 a Randfontein.
Viva e lavora a Johannesburg.

In miniera

Il nostro status di bambini bianchi a Randfontein ci garantiva una libertà pressoché illimitata nel gironzolare tra le miniere d’oro che descrivevano un lungo arco intorno alla città. Queste miniere appartenevano alla Randfontein Estates Gold Mining Company e, a quanto si diceva, erano le prime al mondo per la quantità di oro estratto e, logicamente, per la grandezza delle loro discariche. Inforcate le nostre biciclette, percorrevamo i sentieri e le stradine che, serpeggiando nella prateria, collegavano capillarmente molti settori delle “Estates”.
C’erano due divieti: mai entrare in aree cintate che esponevano cartelli col teschio e le ossa incrociate e l’avvertimento ZONA DI SCAVO; non giocare sopra gli argini fangosi formati dagli accumuli di melma fuoriuscita dallo stabilimento. Sotto la superficie scabra, si diceva che vi fossero cavità in grado di inghiottire una persona, se il fango secco avesse ceduto sotto i piedi. Noi andavamo comunque a giocare su questi cumuli di sabbia; in particolare ce n’era uno piuttosto lontano dalla città che avevamo ribattezzato Whitey per via della fine sabbia bianca. Ci divertivamo a ruzzolare e a scivolare giù dai suoi pendii e scorrazzavamo nudi sulle dune nascoste. Ronnie Perkins e io avevamo scoperto un tunnel in disuso subito sotto la superficie di un vecchio scavo nelle proprietà Stubbs. Alla luce delle candele si tenevano le riunioni della nostras banda a due. C’erano due laghi: il Robinson, più caldo, fungeva da bacino di raffreddamento per il vapore che azionava le turbine della centrale elettrica; il Homelake, più freddo, alimentato da una sorgente sotterranea, era la méta preferita di picnic in famiglia, belle nuotate e, in seguito, di sbaciucchiamenti.
Immersa tra gli alberi che circondavano il lago sorgeva la “casa colonica”, un’area cintata che ospitava le grandiose dimore del direttore generale e dei funzionari di maggiore anzianità. Il direttore generale viveva nella casa appartenuta al signore del Rand, nonché avventuriero senza scrupoli, Sir J.B.Robinson, fondatore delle Randfontein Estates.
Lo squillo della sirena a vapore si avvertiva in tutta la città: segnalava il cambio di turno nelle miniere, oppure, se risuonava lontano dai soliti orari, indicava un’emergenza o un grave incidente occorso durante il turno, oppure uno scontro tribale entro il perimetro recintato. Mio padre, proprietario di un emporio di abbigliamento maschile, giocava regolarmente a bridge con Benny Celine, il fornaio, P.D. Hamilton, il dottore di maggiore anzianità della miniera e Billy Mitchell, ingegnere capo. Una notte si udì il fischio di una sirena d’emergenza. I due funzionari posarono le loro carte. Grazie Eli, dissero, e corsero via per risolvere la crisi. Hamilton odorava sempre vagamente di etere, pilotava il suo aeroplano, guidava una Packard ed era noto per la sua abilità nel ricomporre ossa rotte dopo incidenti e risse. C’era una cieca innocenza nei nostri vagabondaggi nelle Estates. Evitavamo accuratamente i minatori pondo. Imperscrutabili nelle loro coperte color ocra, erano avvolti da un’aura mitica che ai nostri occhi li rendeva “pericolosi”. Non conoscevamo la loro lingua, non conoscevamo nessuno che fosse stato attaccato dai pondo, eppure li temevamo. Fermandoci presso uno dei pozzi di estrazione principali, restavamo a guardare intimoriti una squadra di venti uomini muoversi all’unisono e divellere dal suolo una linea ferroviaria d’acciaio, sollevarla in aria, caricarsela in spalla, e portarla via, ovunque fosse richiesta, senza chiederci che genere di vita conducessero, che effetto facesse vivere reclusi all’interno di recinti, dormire in quaranta nella stessa stanza, lontano, molto lontano dalla propria famiglia. Per una paga da fame. Gli uomini bianchi erano i funzionari, i capi; vivevano nei quartieri che ospitavano gli alloggi per famiglie. Questo era l’ordine delle cose.

David Goldblatt

Mostra organizzata con l'appoggio di Goodman Gallery

Fotografie / Photographs
© David Goldblatt and Goodman Gallery, South Africa